Il tacchino di Natale

L’uomo ha sempre avuto un debole per il gioco. Duemila anni fa qualcuno, nei pressi della rotonda della Croce dei Missionari, è stato sepolto con due dadi accanto alla sua mano. Forse voleva continuare a giocare anche nell’altro mondo. Oggi da questa debolezza dell’uomo anche lo stato cerca di trarne profitto, organizzando una infinità di lotti, lotterie e grattate. La televisione non è da meno. Ogni canale ha il suo quiz, o indovinello, o diavolo che si porti. Basta fare solo una telefonata, salvo trovarsi poi a rigirare increduli tra le mani una salatissima bolletta telefonica.

Qualche tempo addietro si facevano avanti i caffè o i bar di paese a organizzare le loro brave lotterie, o la gara di briscola, o di tressette. Lo facevano a Pasqua con l’uovo di cioccolata esposto in vetrina grande quanto la pancia di un cavallo e l’agnello da latte che, poverino, tremava come una foglia. Lo facevano a Natale con prosciutti, zamponi e formaggi fatti in casa che solo a nominarli ti facevano venire l’acquolina in bocca.

Un anno di Natale, in un bar non lontano di qui, il primo premio era un tacchino, ma non di quelli pesanti o americani, o come accidenti si chiamano e che sono grandi come uno struzzo e hanno una pelle bianca come la faccia di un morto e la carne che fa schifo!

No! Era un tacchino nostrano come quelli di una volta, non più grosso di un gallo di gallina, con quel collo dal rosso vivo all’azzurro indaco e le penne tra il grigio e il nero, la pelle gialla come lo zafferano e una carne saporitissima.

Ebbene, erano cinque ore, tanto erano durati i divertimenti degli uomini, che lo sventurato pollo d’india attendeva in un angolo.

Nel cesto ci stava proprio male, tra quel formaggio duro come un osso, da rompergli un’ala e una lonza grossa e grassa che gli schiacciava il petto.

Quando venne liberato da quei pesi, grazie ai relativi vincitori, potè sollevarsi di quel tanto che gli permettevano di fare il legaccio stretto intorno alle gambe e il manico del canestro sulla schiena.

Un urlo uscito all’improvviso da cento bocche che osannavano il vincitore, lo fece trasalire, ma gli impedimenti sopraddetti non gli permisero di scappare.

Quando il vincitore lo afferrò per le zampe togliendolo dall’incomoda posizione, lo avrebbe ringraziato, se egli non lo avesse tenuto capovolto da fargli diventare ingrossate le verruche e appannata la vista.

Poi quel tizio si era messo a discutere con gli altri giocatori e ogni tanto alzava quel suo pugno, in cui teneva serrate le due zampe e sbadatamente lo abbassava di colpo, facendogli sbattere il becco per terra. Come finalmente parve deciso a uscire dal locale, qualcuno lo trattenne: “Non puoi andartene così” diceva.

“Devi offrire un bicchiere per un brindisi” aggiungeva un altro.

“Ho in serbo una bottiglia di quello speciale” disse il barista convincente.

Non passò molto tempo che bottiglia e bicchieri erano disposti in bella vista. Ma intanto il volatile che non era della razza pesante, cominciava ugualmente a pesare con i suoi cinque chili e oltre. Perciò il vincitore lo posò sul bancone.

“Come lo fai?” disse un tale che lo guardava come se volesse mangiarselo con le penne e tutto il resto.

“Questo lo deciderà mia moglie” rispose il vincitore afferrando il suo bicchiere.

“E buono in tutti i modi, ma a me piace lessato; fa un brodo che rimette al mondo anche i morti” intervenne un altro.

“E bon in tut i mod” ribadì un terzo con la faccia rossa come il collo del tacchino “mo a la gosutta en c’è paragón. Io el farìa a la gosutta!”

Intanto i bicchieri erano finiti in alto e nell’istante in cui si toccarono scoppiò un “Evviva!” che spaventò la bestiola già tremante per i discorsi che aveva sentito fare sul suo conto.

Bisogna precisare a questo punto che il barista nell’approssimarsi del Natale, aveva voluto imprimere un’immagine nuova al suo locale.

Dietro il bancone aveva sistemato un grande specchio a ricoprire tutta la parete e addossate allo specchio tante mensole di cristallo con bottiglie di liquore di ogni marca e tipo.

L’effetto era sorprendente: raddoppiato il senso di profondità del locale e moltiplicate per due le bottiglie esposte sulle mensole.

Dunque il grido rese agitatissimo il tacchino, il quale, dopo aver dato un’occhiata a destra ed una a sinistra, allungò quelle sue lunghe gambe e si buttò in avanti sullo specchio, forse per abbracciare la sua immagine e consolarsi così, o perché aveva creduto di vedere una via di uscita in quella direzione.

L’effetto del volo fu disastroso: lo specchio spaccato in quattro pezzi, le mensole e le bottiglie che rovinavano a terra sotto l’occhio disperato del barista, il quale a stento riuscì ad afferrare al volo una bottiglia di amaro da novantadue gradi. Anche il vino rosso del brindisi finì a terra, in faccia e sui vestiti degli sprovveduti festaioli.

E il tacchino? Volato fuori attraverso la finestra aperta per smaltire il fumo.

Chissà dov’era finito? Forse nel bosco di ginestre o sotto il mantello di quel passante frettoloso, come pensò qualcuno, o sotto la neve.

Ma che importa?

Era importante invece che quell’esemplare di me-leagris gallapavo era riuscito a farla in barba a quel branco di bipedi superiori che si erano presi gioco di lui.

Il giorno dopo, solo una cosa era certa: nel locale erano stati accertati danni per tremilionisettecento-mila lire. Il barista organizzatore del gioco ed il vincitore del premio si guardavano pure di traverso.

Il primo sembrava accennare alla parete spoglia del suo locale e pareva dicesse: “Vedi, ci sono i danni. È stata una tua imprudenza, quindi paga”.

Il secondo, pur non parlando, pareva rispondesse: “Accidenti alla tua stupida gara! Al diavolo il tacchino e il tuo specchio! Non ti basta che sono rimasto a bocca asciutta, che sono stato deriso, che mia moglie mi ha dato dello stronzo? Ai danni penserai tu!”

Era proprio un bell’imbroglio!

Fortunatamente per mandare giù il rospo c’era ancora quella bottiglia di amaro di novantadue gradi.

“L’amaro dei miracoli” c’era scritto sull’etichetta.

 

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