Il ritorno del cancelliere

Quando il cancelliere del tribunale di una città del nord, per ragioni del tutto private giunse nel cimitero monumentale di Urbino, mancavano sette minuti all’appuntamento delle quattro del pomeriggio. L’afa pomeridiana della stagione estiva contribuiva a rendere il luogo completamente silenzioso. Nell’aria solo il fruscio della brezza fra i cipressi e il canto di un passero sul tetto della chiesa.

Il cancelliere si diresse verso l’area indicata nella cartolina. Ricordava vagamente la tomba del congiunto. Erano trascorsi parecchi decenni dal giorno della sua tumulazione.

Da allora egli non era più tornato. L’emigrazione lo aveva portato lontano. Quand’era arrivato quel lavoro nella cancelleria del tribunale di una città del nord, egli lo aveva accettato con gioia, ma in seguito si era trovato a lottare ogni giorno con montagne di carte. Quindi mai più un viaggio, mai una vacanza.

Quelle carte invadenti e polverose erano diventate il suo incubo. Di notte sognava di venirne sommerso e di morire sotto il loro peso e si svegliava all’improvviso rosso in volto e spossato.

Dai vaghi ricordi che conservava da ragazzo, la tomba di Alcibiade poteva essere quella che aveva di fronte. Scostò il cancelletto ed entrò nella penombra.

Era impossibile leggere le lapidi. Bisognava attendere che gli occhi si abituassero al brusco passaggio dalla luce del sole.

I due lumi rotondi e gialli che aveva di fronte erano del tutto inadeguati. Stranamente si sentiva attratto da essi. Continuò a guardarli anche quando la penombra si fece più chiara. Si accorse allora che i lumi si muovevano.

Si tirò indietro fino a sentire il gelo di una lapide sulla sua schiena accaldata. Un brivido gli attraversò tutta la pelle: quei lumi rotondi e gialli erano occhi, occhi che lo fissavano. Il cancelliere restò immobile come impietrito e impossibilitato a muoversi.

Nel debole chiarore che lentamente si attenuava, si delineò intorno agli occhi la sagoma di un grosso gufo. Alcune gocce di sudore scesero sulla fronte del cancelliere, fin sulle guance e sul collo. Fece uno sforzo per tirarsi da parte e quegli occhi ruotarono seguendo le sue mosse.

Con un balzo venne fuori e richiuse rapido il cancelletto.

Ansimando percorse una decina di passi sul viale.

La zona era transennata.

“Per oggi ammessi solo gli invitati” diceva una scritta.

“Invitati a che cosa?” si chiese tra sé, mentre nella sua mente prendevano forma balletti di fantasmi e riti satanici. Poi ricordò di avere in tasca la cartolina. Quell’ “invitati” aveva forse qualcosa in comune con lui? Forse sì; infatti lesse: “La signoria vostra è invitata a presenziare all’esumazione della salma del proprio congiunto Prospiceri Alcibiade”.

La scritta riprese una dimensione più umana e tirò un sospiro di sollievo. Poco più avanti un grande cumulo di ossa lo fece di nuovo trasalire. Erano teschi, tibie, sterni, costole, vertebre, omeri, tarsi e giù giù, fino agli ossicini più minuti.

Davanti a loro un cartello: “All’ossario comune”.

“Come faranno quei poveretti a riprendersi le loro ossa nel giorno del giudizio universale? Solo la solennità del grande giorno avrebbe impedito una lite e imposto una pazienza da santi. A proposito di santi, sarà per loro problematico ricomporre i corpi, dopo che il fanatismo degli uomini attraverso i secoli ha disperso teschi, costole, dita, piedi in decine di chiese sparse per tutta Europa”.

“Prospiceri Alcibiade. C’è qualcuno?”

La voce inattesa scosse il cancelliere dalle sue meditazioni. Il becchino magro e curvo, vestito con tuta e berretto che lo facevano sembrare più simile ad un fuochista delle ferrovie che a un addetto alle funzioni funeree, aspettava una risposta.

Il cancelliere si fece avanti.

“Allora possiamo procedere” disse il becchino maneggiando un arnese dall’aspetto tra l’ascia e il piede di porco, col quale andava forzando il coperchio della cassa.

Dopo la prima emozione all’apparire dello scheletro, l’attenzione del cancelliere fu attratta più dai vestiti che dalle ossa.

Il becchino afferrava quei vestiti e non li sfilava come normalmente si usa, ma li scrollava e tutto il castello di ossa dello scheletro si smontava e si scomponeva tra la polvere scura. Solo i vestiti restavano intatti. Giacca, camicia, cravatta, pantaloni fabbricati con tessuti sintetici avevano resistito al tempo senza mostrare il minimo segno di usura. Erano solo sporchi.

E le scarpe? Nuove di zecca anche quelle, sebbene un po’ sporche. In cinquantanni non avevano mai camminato. Il becchino le raccolse una dopo l’altra, le scosse sull’orlo della cassa per liberarne il contenuto, le pulì con la mano, ci soffiò sopra e le posò appaiate accanto al mucchietto di vestiti.

Alle cinque meno un quarto la cerimonia era terminata. Le ossa di Prospiceri Alcibiade giacevano allineate in una piccola cassa. Vi sarebbero rimaste sino alla fine dei tempi.

Il cancelliere tirò un sospiro di sollievo. Poco dopo prese il tram numero sette. Scese alla fermata della stazione, giusto in tempo per vedere partire il treno sotto i suoi occhi. Non rimaneva che rassegnarsi a passare la notte nel vicino albergo “I cipressi”.

Seduto nella hall, attese l’ora di cena sfogliando i giornali. Ma quando i pochi clienti scesero nella sala da pranzo, egli rifiutò l’idea di unirsi a loro. Mangiare era l’ultima cosa a cui avrebbe pensato.

Si sentiva stanco e svogliato. Si diresse verso la camera e si distese sul letto. Sfogliò alcune pagine di un settimanale, quindi chiuse gli occhi per raggiungere un completo stato di distensione.

Subito dopo, in un barlume di sogno, Puccellaccio della tomba gli balzò sugli occhi cercando di strapparglieli.

Cacciò un urlo strozzato e si rizzò ansimante sul letto.

“Il signore ha chiamato?” chiese il portiere bussando alla porta.

“Non sono io” rispose il cancelliere in un sussurro stendendosi e cercando di trasferire i suoi pensieri altrove.

Poco dopo un altro sogno lo condusse fra montagne di ossa che gli franavano addosso da ogni parte fino a soffocarlo e fargli compiere un altro balzo e un grido rauco.

“Il signore desidera?”

“Non sono io” rispose il cancelliere e cercò di prendere sonno accarezzando ricordi meno macabri. I vestiti ora occupavano la sua mente. Quegli indumenti avevano dimostrato di sopravvivere al disfacimento del corpo, di essere immortali. Pensare a loro era confortante.

Si appisolò, ritrovandosi poco dopo in una grande lavanderia dove folle di inservienti maneggiavano montagne di vestiti, sottoponendoli a trattamenti di rimessa a nuovo.

Con uno scatto di insofferenza si tolse i vestiti di dosso e si avvolse nel lenzuolo, provando una sensazione di libertà e di purezza.

“Vorrei essere sempre vestito così” diceva “e quando morirò, chiederò di essere avvolto in un lenzuolo, come Gesù”.

Ora era più sereno, però non voleva più dormire. Temeva le allucinazioni.

Per allontanare il sonno riprese a sfogliare assente e assonnato il settimanale.

“Da oggi sulle nostre teste volano le bare spaziali” lesse con grande angoscia.

“No! Ma è una persecuzione!” gridò scuotendosi dal torpore.

“Il signore desidera?” chiese il portiere bussando.

“Non sono io. È il mio inconscio” rispose il cancelliere.

“Inconscio? Ma!” fece il portiere andandosene perplesso.

L’occhio del cancelliere era tornato su quell’articolo: “È bello che le ceneri dell’uomo possano volare nell’infinito. D’ora in avanti non più cimiteri grandi come metropoli, non più costosissime ghirlande di fiori, non più vestiti e scarpe per defunti. Soprattutto non più esumazioni, ma incenerimento. Le ceneri verranno lanciate con missili e ruoteranno per anni nell’azzurro terso dei cieli e quando rientreranno verso la nuda terra, una fiammata simile a una stella filante dissolverà le ceneri nello spazio!”

Il cancelliere ora rideva. Sì. Rideva nel senso più vero del termine.

Dopo anni di mugugni tra montagne di carte, dopo ore di angoscia succedute all’esumazione, era scoppiato a ridere forte.

“Il signore desidera?” chiese il portiere bussando.

“Ridere” rispose il cancelliere.

“Ma!” fece il portiere ritirandosi.

“Sì. Ridere!” continuò il cancelliere a voce alta. “E non tanto per l’idea balzana di chi vorrà trasformare il cielo in un cimitero, perché allora la poesia dell’infinito morirà. Ma voglio ridere per quel fuoco purificatore che riduce un corpo a un mucchio di cenere”.

Il cancelliere era contento di fermarsi al traguardo della cremazione tacendo sul volo spaziale e sentiva di essere grato al fuoco.

La morte non gli faceva più paura.

Tornò invece ad angosciarlo subito dopo la montagna di carte che lo attendeva in ufficio.

Ebbe un lampo improvviso: Il fuoco avrebbe potuto liberarlo anche da quell’ossessione. Sarebbe bastato un corto circuito. Sarebbe stato sufficiente il mozzicone di una sigaretta abbandonato distrattamente da un cliente e in pochi minuti “bffff”.  Tutto in fumo!

Il cancelliere scoppiò in una risata ancora più forte e incontenibile.

“Il signore desidera?” chiese ancora il portiere.

“Sognare!” gridò forte il cancelliere.

“Faccia pure! Non è ancora giorno” rispose il portiere con voce sommessa.

 

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