Racconti urbinati

Racconti urbinati

Urbino, Edizioni Quattroventi 2007, 184 p.


PREFAZIONE A CURA DELL’AUTORE

Con i Racconti Urbinati viene ripreso in mano tra l’altro il filo della memoria storica di Urbino. Lo stile e la disposizione interiore restano quelli già sperimentati con successo con i raccconti Il tempo dei cavalli (Rimini, Guaraldi), pubblicati anche in due edizioni curate dall’Istituto statale d’arte – Scuola del libro di Urbino, con incisioni originali degli allievi.

Qualcuno si chiederà: perchè il passato?

In effetti oggi, in un tempo di grandi trasformazioni, tutto cambia ad una velocità incredibile e non abbiamo neppure il tempo di volgerci indietro. Eppure non possiamo non tenere conto delle nostre radici. E allora è sorprendente accorgerci come abitudini, usi, modi di vivere, mestieri che sono rimasti invariati nei secoli, siano scomparsi nel giro di pochi anni. Le vie d’Urbino fino agli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso risuonavano del rumore tipico degli strumenti da lavoro delle botteghe artigiane. Abili mani guidate da una sapienza secolare modellavano oggetti dove la funzionalità non era mai disgiunta dalla bellezza della forma. Ogni rione aveva il suo forno, la cui presenza si preannunciava al visitatore col profumo del pane appena sfornato prima che con un’insegna appesa sull’ingresso. C’erano in città almeno venti osterie che erano luogo d’incontro, di conoscenza di cittadini e di forestieri. Una fornace che è stata chiusa, un mulino ad acqua rimasto fermo, un mercato di buoi che ha cambiato destinazione, nel racconto tornano ad animarsi con la presenza di uomini, di voci, di rumori. Così succede per le botteghe, i forni, le osterie. Non vengono dimenticati neppure i mestieri più umili, come quello del conciapiatti, del cordaio, del carbonaio, del raccoglitore di stracci. Queste figure, questi luoghi, solo la memoria può farli vivere ancora. Ricordarli provoca emozioni e induce a fare una riflessione su quello che siamo stati fino a qualche decennio addietro e su quello che siamo oggi.


RECENSIONI

“Un bellissimo libro, questo di Alberto Calavalle. Un modo originale per narrare la storia di Urbino, attraverso episodi singolari scritti in punta di penna, in uno stile fluido, che è pura armonia.
Egli scrive con sapienza e scioltezza di storie e di fatti di gente comune, che hanno caratterizzato “un’ epoca

che fa riflettere e genera emozioni”. Ci parla di mestieri che hanno fatto il loro tempo. “Il vecchio che veniva dal lago”, “I piccioni di San Valentino”, “Al Mercatale un giorno di fiera”, “Il carbonaio dell’Alpe della Luna”, “Il mulino del piano”. E’ un piacere leggere questi racconti che ci trascinano in un mondo lontano, il cui ricordo è ancora denso di fascino e mistero.”

Nicla Morletti


“Lo scrittore Calavalle non solo pubblica un libro piacevole e di grande tensione etica, ma si pone anche come interlocutore di una visione inedita di Urbino. Il suo libro è una scommessa d’ordine umanistico, lancia segnali di una forte tensione di apertura sociale e di recupero di giovani legami per una convivenza che punta soprattutto sulle nuove generazioni.”

Chiesa Marche


Scorrendo le pagine, leggendo i racconti così profondamente sentiti da Calavalle piacevolmente e senza sforzo alcuno la nostra attenzione si rivolge al passato e gli occhi scrutano quanto si è perduto nel tempo… Il racconto “Al Mercatale un giorno di fiera” diventa un piccolo grande affresco sonoro, si sentono le voci, si vedono le bestie in vendita e i compratori attenti…Leggere “La fornace” è un po’ farla rivivere… Antichi proverbi sempre attuali tornano alla memoria, atmosfere dimenticate si sprigionano con forza dai racconti e velano di una certa malinconia gli occhi del lettore adulto…”

Giulia Incisa


“Urbino com’era, Urbino del cordaio, del carbonaio,dell’artista del ferro battuto, dei forni, del carradore, dei mugnai, dei facitori di mattoni, del maniscalco…, Urbino delle fiere, degli scherzi, del sogno di una Topolino, del trasporto con carri, delle osterie,… Urbino amatissima da Calavalle, ma non idealizzata negli scorci lontani, viene vista in controluce: il sentimento della nostalgia di ciò che era non sovrasta la realtà di quella Urbino, sì che alla fine si ritrovano atmosfere e intenti, ferialità e prospettive, conscio l’autore di vivere oggi un altro tempo e un’altra storia, fatta di corse e osservazioni, di sogni su una ricchezza artistica ammirata dai turisti magari frettolosi, per i quali i busti di marmo che ornano il piazzale del Monte attorno al monumento a Raffaello intonano nei Racconti urbinati una sorta di peana laico alla poesia, all’arte come desiderio che nulla muoia e che, anzi, tutto sia versato in una attualità che dia i suoi frutti ancora nel far belli i luoghi da abitare…”

Maria Lenti


“Nei “Racconti urbinati” l’odore del pane appena sfornato invade le vie e i vicoli della città e i bambini giocano dappertutto, osservano i lavori degli artigiani, scrive Calavalle: “Appiccicavano il naso ai vetri sporchi e opachi delle loro porte per aprire gli occhi alla loro curiosità”. Calavalle… in questo libro riporta i ricordi legati ai mattoni rossi di Urbino, alla sua infanzia e alla sua adolescenza tutta trascorsa in questa città tra gli anni cinquanta e sessanta, quando “possedere una Topolino cinquecento era come toccare il cielo con un dito”. I racconti sono per lo più descrizioni e piccoli aneddoti, atmosfere tratteggiate con minuzia di particolari, espressioni dialettali e vecchi proverbi, con una scrittura piana, “alla portata di tutti”, come si conviene a un insegnante. Ci sono le venti osterie dove si incontravano urbinati e forestieri, la fornace, il mulino, il mercato dei buoi a Mercatale. Ci sono numerosi pittoreschi personaggi che esercitavano mestieri tramandati dai padri e ai nonni: il conciapiatti che passava di casa in casa, il cordaio che trasformava la bambagia in robusti canapi, il carbonaio che respira l’aria sana dei boschi, il raccoglitore di stracci “che sembrava un antico patriarca uscito da qualche pagina del Vecchio Testamento”. Traspare l’ammirazione per quelle conoscenze specifiche, competenze di un tempo in cui si usavano le cose finché era possibile, si limitavano in ogni modo gli sprechi, si utilizzava una saggezza la cui scomparsa indigna l’autore.”

Lisa Baracchi

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