L’ultimo viaggio

Come ogni mattina da cinquantanni, alle cinque e tre quarti il postiglione B. si trovava a transitare sotto la torre dell’orologio, in viaggio di trasferimento dalle stalle alla stazione di posta. Quel giorno folate di vento gelido spazzavano il corso e congelavano il volto di B. in una smorfia di tristezza. La sua diligenza avrebbe compiuto l’ultimo viaggio di collegamento col capoluogo. Un passante gli fece un cenno di saluto, ma egli non rispose, forse non lo vide neppure; il suo sguardo era fisso nel vuoto a ripercorrere mentalmente la propria vita da quando aveva ereditato quel mestiere da suo padre e sperava di poterlo trasmettere ai figli, cosi come era avvenuto da tante generazioni.
L’avvento della motorizzazione aveva infranto purtroppo il suo sogno e l’indomani un’autocorriera di linea sarebbe entrata in funzione su quel tragitto, con tanto di licenza comunale. La sua sorte purtroppo era stata segnata dal mese precedente, quando il Consiglio del Comune aveva deciso di non rinnovargli la concessione, nella convinzione generale che la diligenza fosse un mezzo troppo antiquato rispetto alle esigenze dei tempi.
B. sembrava comunicare il suo malumore ai cavalli, che quel mattino percorrevano la via a un passo di trotto lento e stanco.
Il postiglione, persa la concessione, aveva preso contatti per la loro alienazione: uno dei due che era al tiro sarebbe andato in possesso di uno spedizioniere, l’altro di un venditore ambulante; il cavallo di testa sarebbe stato utilizzato per il servizio del carro funebre. In ogni caso per i primi due si sarebbe trattato di un declassamento sul piano del lavoro, per il terzo del passaggio ad un compito più mesto. Per il proprietario significava la fine di un mestiere che era stato di suo padre, del nonno, del bisnonno e chissà di quanti altri antenati.
Non era poi da sottovalutare il risvolto affettivo. Nel corso degli anni si era instaurato tra l’uomo e i cavalli e viceversa un sentimento di affetto in virtù di un rapporto che adesso doveva concludersi in modo definitivo e traumatico.
Più di una volta il postiglione nel corso della sua carriera aveva visto morire uno dei suoi cavalli. Il dispiacere che aveva provato in tali occasioni era quello che provava quando moriva un congiunto e che avvertiva in quel momento ai pensiero di doversi separare dai suoi cavalli.
Questi animali avevano dimostrato di possedere gli stessi sentimenti dell’uomo. Trent’anni prima in occasione della scomparsa del padre del postiglione, i cavalli erano giunti a dimostrare dispiacere e stati depressivi tali, da rifiutarsi persino di prendere il cibo.
Quando la diligenza giunse al capolinea, la piazza era semideserta. Quattro persone erano ad attendere sotto il porticato; si affrettarono a salire e si sistemarono ai quattro cantoni, scambiandosi un cenno di saluto. Era evidente che non intendevano parlare fra loro; forse volevano riposare o stare semplicemente soli per assaporare meglio le sensazioni di quell’ultimo viaggio. Uno dei quattro era un sensale, che si recava alla fiera del capoluogo.
C’erano poi: un chirurgo in partenza per un convegno di medicina a Bologna, un professore in pensione, che non avendo nulla da fare, voleva gustarsi l’ultimo viaggio in diligenza; infine un sarto, solito una volta al mese rifornirsi di stoffe al mercato del capoluogo.
Un momento prima che il postiglione scuotesse le redini e desse voce ai cavalli per la partenza, si affacciò allo sportello della carrozza uno studente della facoltà di legge. Diede un’occhiata all’interno e preso atto che i posti migliori erano occupati, sali a sistemarsi col suo bagaglio sull’imperiale. «Starai fresco lassù» gli disse il postiglione. «Poi verrà il sole» rispose lo studente. Intanto, come era abituata a fare ogni mattina, la tabaccaia andò incontro alla diligenza che ormai si era mossa e porse al postiglione la solita scatola di toscani e con la stessa mano prese le monete che egli le rendeva.
Dopo mezz’ora di discesa la vettura era ai piedi della Montata. I quattro seduti all’interno sonnecchiavano. Lo studente infreddolito guardava il sole all’orizzonte come ad implorarlo di tirar via ad alzarsi, per far più caldo il giorno. Lungo la strada un contadino stava uscendo dalla stalla con i buoi per andare ad abbeverarli nell’Apsa.
Il postiglione gli fece con la mano un cenno, che voleva essere un saluto, ma anche un segno d’intesa a tenersi pronto al ritorno per la «stroppa». Ogni volta che si trovava ad affrontare quella salita di cinque chilometri con i cavalli stanchi, egli non poteva fare a meno dell’aiuto dei buoi di Sante, specie se c’era qualche passeggero in più.
In verità il postiglione cercava di evitare fino all’ultimo la spesa relativa: «Se lor signori vogliono sgranchirsi!» ripeteva puntualmente ad ogni viaggio, aprendo la portiera della carrozza e rivolgendosi con fare ossequioso e persuasivo ai passeggeri.
Non sempre questi ultimi accoglievano la proposta, perché una scarpinata in salita per cinque chilometri senza perdere il contatto con la diligenza non era un piacere, specie se i cavalli, avvertendo il carico alleggerito, allungavano il passo. Allora la stroppa diventava provvidenziale. Quando la diligenza giunse ad affrontare la discesa della «Buga di Frara», i ripetuti sobbalzi scossero i viaggiatori dal loro torpore. «Un tempo qui i banditi erano di casa» fece il sarto svegliandosi.
«Già – rispose il professore – il luogo selvaggio e la strada infossata con i cavalli costretti ad andare a passo d’uomo, favorivano i malintenzionati nell’alleggerire i portafogli.»
A un miglio circa di li la strada s’inerpicava di nuovo in una breve ma scomoda salita. Subito dopo c’era la stazione di posta.
Durante il cambio dei cavalli i viaggiatori scesero in osteria a bere una chicchera di caffè d’orzo, già pronto bollente nella cuccuma.
Quando ripartirono con i cavalli freschi la strada scorreva più veloce nella pianura che si stendeva davanti, ma non era neppure dritta e monotona, perché disegnava ampie curve, come a volere andare incontro ai paesetti sparsi ai piedi delle colline.
Sul ponte romano la strada si restringeva. Il postiglione dovette fermare i cavalli. Dall’opposta direzione stava infatti giungendo una grossa autocorriera piena di gente, che eccitata dalla novità del viaggio era allegra e chiassosa. Quando l’automezzo passò accanto alla diligenza, i cavalli si innervosirono ed arretrarono di qualche passo scalciando.
Il postiglione fu costretto a lasciare il suo posto sulla serpa ed a scendere per trattenere il cavallo di testa direttamente al morso, accarezzandolo sul collo per rabbonirlo.
Alcuni nella corriera si presero anche la libertà di fare qualche sberleffo all’indirizzo della diligenza.
Il postiglione agitò la frusta verso di loro, mentre un nodo gli saliva alla gola: «Domani non potranno più farlo!» pensò.
«I tempi stanno cambiando» disse il chirurgo.
«Una volta l’uomo portava rispetto agli animali e loro fornivano all’uomo servizi utilissimi.»
«Si» rispose il professore. «Nel tempo si era stabilita fra l’uomo e i cavalli un’alleanza per la vita e oltre la vita: l’uomo si faceva immortalare col cavallo in monumenti equestri, quando non finiva per portarli con sé nella tomba, come nel caso della principessa picena di Numana.»
«Ho ricevuto una lettera speditami da mio figlio da Milano per diligenza dopo due giorni» disse il sarto, ed aggiunse «Non so se le corriere ci garantiranno un servizio migliore.»
«Ingredi iter equo»,1 diceva Cicerone un paio di millenni or sono e cosi era stato prima da almeno tremila anni. Non posso credere che questo debba finire adesso all’improvviso», riprese a dire il professore.
«Eppure è quello che sta succedendo» disse il chirurgo.
Quando la diligenza giunse alla stazione ferroviaria del capoluogo, quattro corriere erano allineate in posizione di partenza, brillanti nel loro manto di vernice, coi loro cavalli d’acciaio nascosti sotto il cofano e pronti a ruggire ad un giro di manovella.
I pochi veri cavalli delle due diligenze, quel mattino si guardavano smarriti; sembravano capire che non si sarebbero più rivisti all’appuntamento della stazione.
Stava tramontando un’epoca.
Dai platani cadevano le ultime foglie di un autunno inoltrato.

1. «Mettersi in viaggio a cavallo.»

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