Il maniscalco

Gli amici artigiani, la cui facile inventiva si poteva ben misurare dai soprannomi originali e fantasiosi che si erano reciprocamente imposti, lo chiamavano Zanzero.
Aveva sistemato la sua fucina fuori Porta Lavagine, sotto un arco cieco concepito come sostegno alla rampa di accesso della ripidissima via dei Morti.
In quel buco annerito dal fumo, che da lontano assomigliava tanto alla tana di un ragno e che aveva tutta l’aria di essere un ricovero di fortuna, il maniscalco dimostrava di trovarsi a suo agio anche d’inverno, quando il vento di tramontana infilava l’arco per il suo verso. Protetto sulla pancia da una gran parananza grigia, il faccione rosso, le braccia possenti che spuntavano da maniche di camicia rimboccate, un portamento da vero maestro di mascalcia, egli si aggirava sempre tra la fucina e il travaglio in ogni stagione, senza soffrire apparentemente dei cambiamenti del tempo.
Se il freddo si faceva sentire davvero, faceva un salto all’osteria di Adelina a scaldarsi con due bicchieri di rosso di Monte Polo o di bianco delle Genghe. Come alternativa c’erano poi i carboni ardenti della sua fucina e il lavoro all’incudine, dove egli con colpi più potenti o misurati forgiava ferri per quadrupedi da tiro e da sella di ogni razza, dai buoi più pesanti e lenti ai cavalli più scatenati.
I bambini al mattino, mentre si recavano a scuola al Pascoli, si fermavano a frotte davanti alla sua fucina ed assistendo alla preparazione dei ferri in duplice versione, pensavano ad un capriccio del maniscalco. Al momento dell’applicazione non tardavano poi a capire che i due tipi di ferri derivavano la loro forma dall’esigenza di adattarsi alle diverse ungule di buoi e cavalli. I piccoli avevano sguardi di ammirazione per quell’omone panciuto che modellava il ferro a suo piacere, facendogli assumere le forme da lui desiderate e che rendeva docili le bestie al travaglio.
Quando lo vedevano intento a piegare grossi pezzi di metallo come fossero forcelle per capelli, egli assumeva nella loro immaginazione l’aspetto di un mago e le dimensioni di un gigante. Sarebbero rimasti li per tutta la mattinata scordandosi di andare a scuola, se egli non li avesse allontanati avvicinando per ischerzo il ferro rovente ai loro volti.
Allora correvano via inerpicandosi d’un fiato per le Scalette di S. Andrea e il Vicolo del Fosso, riuscendo per un pelo ad infilare il portone della scuola prima che il bidello lo sbattesse sul loro naso. Ma quando suonava la campanella alla fine delle lezioni, correvano di nuovo là, nella fucina del maniscalco e se egli non era li dentro, lo trovavano dall’altra parte della strada ad armeggiare attorno al travaglio, alle prese con ronzini recalcitranti o buoi imbestialiti, che egli domava in pochi istanti, issandoli tra quelle travi ed immobilizzandoli in una specie di trappola. Il maniscalco sembrava sapere che sul travaglio gli animali potevano ancora avere qualche reazione violenta, scalciando e sbuffando forte. Si teneva infatti da parte ad attendere gli ultimi improvvisi sussulti, che si esaurivano con le forze residue.
Al momento giusto afferrava la zampa dell’animale, la inforcava tra le sue ginocchia stringendola come in una morsa e iniziava a lavorare di tenaglie e di scalpello per asportare le parti cornee superflue, poi rifiniva il suo lavoro dando di lima. Talvolta interveniva con un ferro infuocato, appestando l’aria intorno e facendo allontanare nauseati il nugolo di piccoli assistenti. Questi tornavano a farsi avanti increduli quando vedevano il maniscalco fissare il ferro allo zoccolo
con chiodi lunghi tre dita e sembravano rabbrividire. Quando però si accorgevano che le bestie non si muovevano, capivano che esse non sentivano nessun dolore e nella loro immaginazione la magia dell’uomo subiva una stima al rialzo.
Egli compiva quelle operazioni con destrezza e senza esitazioni e spesso accompagnava il suo lavoro commentando le qualità del soggetto affidato alle sue cure, con la citazione di proverbi ereditati da tempi e da culture lontani e da lui trasferiti nel dialetto urbinate, tipo «Se el cavall è bon e bell, en guardè rassa o mantell», [Se il cavallo è buono e bello, non guardare razza e mantello].  Il fattore C. spesso gareggiava con lui nel riferire antichi proverbi e quando il maniscalco lo lodava perché sapeva far consumare in modo assennato i ferri del suo cavallo, rispondeva «El pass en basta, el galopp è tropp, el trott en guasta» [Il passo non basta, il galoppo è troppo, il trotto non guasta], come a dire che «In medio stat virtus» e che una velocità moderata era la migliore in ogni senso. Quando gli animali al termine delle varie operazioni venivano liberati dal travaglio, dopo qualche attimo di disorientamento sembravano aver ritrovato un’insolita energia e voglia di saltare, tanto che era difficile riportarli all’obbedienza.
Nei primi tempi i bambini erano portati a credere che dopo la ferratura essi acquistassero più forza e che non avessero più problemi alle zampe per tutta la vita, perché pensavano che il ferro per la sua durezza fosse eterno. In seguito si accorsero che il possente bretone da tiro di un carrettiere del luogo, periodicamente si faceva trovare li per farsi sostituire ferri logori con ferri nuovi.
Ne dedussero che i sassi delle strade dovevano essere micidiali anche per il ferro. La cosa li deluse un po’, ma poi furono portati a fare delle considerazioni economiche sul mestiere del maniscalco, mestiere che sicuramente faceva ricco chi lo praticava. Da allora in poi le loro soste dal maniscalco non vennero motivate soltanto dalla semplice curiosità, ma anche dall’interesse: volevano imparare un mestiere che secondo loro sarebbe stato molto redditizio. Spesso il maniscalco veniva invitato a vestire i panni del veterinario; allora, tutto preso dalla diversa funzione, assumeva un atteggiamento tra il serio e il solenne e portando i pugni sui fianchi, metteva il petto in avanti e faceva la diagnosi. Quindi interveniva secondo i casi con una «ca-veia» (un grosso chiodo) rovente, oppure con unguenti preparati «puncto temporis» tra i cui componenti entravano spesso con funzioni determinanti e miracolose: lo sterco, lo zolfo o la ruggine di ferro raccolta sotto l’incudine Scene come queste una volta erano abituali fuori Porta Lavagine o al Mercatale, come d altronde avveniva da un tempo millenario ali ingresso di ogni città o paese d’Europa. Poi nel volgere d’un breve volo d’anni, gli uomini hanno girato le spalle a buoi e cavalli ed hanno stretto un patto d’acciaio con nuovi mostri meccanici e ai maniscalchi sono ricorsi sempre meno. Anche i bambini negli ultimi tempi non sembravano avere più interesse per il mestiere del maniscalco. Terminate le elementari ebbero in dono la bicicletta e con quel mezzo spesso passavano veloci davanti alla fucina del maniscalco, senza fermarsi. Talvolta però era lui che non c’era e non c’erano più nemmeno buoi e cavalli in attesa di essere ferrati, mentre per le strade circolavano sempre più numerosi autoveicoli di ogni genere.
Un giorno il travaglio non servi più e quei legni cominciarono a marcire, finché una notte d’inverno qualcuno, preso atto della loro inutilità non li tolse di mezzo, usandoli per rallegrare il fuoco di un camino.
Infine, a testimoniare il passato di un antico e nobile mestiere che ha fatto il suo tempo, sono rimasti sul muro due anelli per legare cavalli e quell’arco spoglio e annerito dal fumo, vecchia e calda fucina, ora declassata come rimessa di occasione per autoveicoli di passaggio e rifugio di cartacce e foglie secche sfuggite al mulinello del vento freddo di un giorno d’autunno.

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