Una notte per Raffaello

Chi ha scelto di entrare nel Palazzo ducale durante la Notte bianca, ha avuto la fortuna di mettersi in un rapporto privilegiato con le opere di Raffaello. La notte che oscurava le grandi finestre avvolgendo le sale del Palazzo, i suoni che giungevano da fuori attenuati e lontani, i visitatori che guardando i dipinti parlavano sottovoce quasi per timore di disturbare, tutto concorreva per un raccoglimento interiore e per entrare in un’atmosfera magica. E allora il piccolo quadro del Sogno di cavaliere, dove arte, idee, ideali, neoplatonismo della cultura umanistica, nuove tendenze dell’arte rinascimentale e infine abilità artistica concorrono insieme a creare un mondo di vasti significati e profonde interpretazioni, si legano alla considerazione che tutto questo sia merito di quel clima culturale di grande spessore che aleggiava in Urbino in una delle corti più raffinate d’ Italia.

Nella convinzione rafforzata che Urbino ha avuto una parte importante nella formazione del giovane Raffaello, anche il paesaggio si dilata e assume connotazioni che ci paiono in sintonia con le dolci colline urbinati che dovettero continuare sempre ad avere un posto nel cuore di Raffaello. E allora, dopo avere colloquiato con i personaggi, complice anche l’ora della notte e il luogo di esposizione dell’opera, non si può fare a meno di indugiare ancora nell’osservazione del paesaggio di fondo, né vale a distrarci la dimostrazione di affetto di un piccolo cane dal muso aguzzo, il corpo sottile, le gambette esili, che ci lecca il volto dopo essere sgusciato dalle braccia della sua padrona accanto a noi.

“L’ho chiuso nel marsupio per via dei custodi. Potrebbero cacciarci. Ma soffre il caldo” dice la signora quasi a scusarsi. Guardo con un sorriso il piccolo cane che ora si divincola verso il quadro, quasi volesse entrarci. Osservo e penso che si troverebbe a suo agio in quel paesaggio. D’altra parte, sebbene l’attenzione torni a concentrarsi sul quadro, avanza la convinzione di averne visto qualcuno di cani della stessa taglia o razza in qualche quadro rinascimentale. E mentre l’osservazione si sposta sempre più lontano verso l’orizzonte di luce del quadro, pare con la complicità dell’ora di ritrovare nei lineamenti delle colline un paesaggio familiare che si trova ad oriente di Urbino e che si può ammirare dalle colline intorno al Mausoleo dei duchi: A destra, dietro la figura della Voluptas potrebbe trattarsi del monte Pietralata. Al centro della valle del fiume Metauro. E dietro l’alberello di alloro, di quella fila di colline che affiancano il corso del fiume ed a sinistra, dietro la figura della Virtus, dei monti delle Cesane.

E’ fantasia? Potrebbe essere e passiamo oltre, ma l’ipotesi torna a farsi avanti di fronte alla Madonna Cowper col Mausoleo dei duchi sullo sfondo. E mentre la convinzione che Raffaello è rimasto sempre affezionato alla sua terra di origine si rafforza, affiora la certezza che Raffaello dovette avere avuto sicuramente una frequentazione dei luoghi intorno al Mausoleo, dove, già orfano della madre, dopo la morte del padre, nella adiacente abbazia benedettina avellanita di S. Donato per alcuni anni fu rettore Bartolomeo di Sante, suo zio da parte del padre. A questo zio, sicuramente Raffaello era molto riconoscente ed affezionato, se, dopo avere ricevuto a Roma importanti incarichi dal papa Leone X gli scriveva:

Sicché, carissimo zio, io fo onore a Voi, a tutti li parenti et alla Patria…

Ma è già tardi e bisogna uscire dal Palazzo e dai sogni e dalla storia, perché i custodi in modo discreto, ma fermo stanno chiudendo le ultime porte.

Maggio 2009

 

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