L’orologio pubblico di Urbino

Il tempo, questo invisibile personaggio corre forte lasciando evidenti le sue tracce su di noi, sul nostro corpo, sulle cose, piante, animali che ci circondano. Questa entità affascinante e crudele, questo gigante che cammina con passi felpati perché non fanno rumore, ma pesanti, perché fanno male, ci pone di fronte all’attimo del presente, ma presenta i caratteri dell’infinità.

Il tempo, di fronte al quale l’uomo rivela la sua impotenza, perché non può fermarlo, l’uomo ha sempre cercato di misurarlo inventando strumenti di precisione che scandiscono il suo eterno cammino.

C’è ancora esposto nella sala delle conferenze del Comune di Urbino il vecchio meccanismo dell’orologio pubblico commis-sionato il 28 maggio 1813 dai rappresentanti del Comune di Urbino ad Antonio Padrini di Sant’Angelo in Vado. E’ una macchina appena uscita da un accurato restauro e si presenta imponente e grandiosa, tale da essere contenuta a fatica in una piccola stanza delle nostre case, curiosa e avvincente nel suo complesso di ruote e ingranaggi, di fasci di corde di canapa tese da grosse pietre grezze.

Questa macchina che compie quasi duecento anni, la legano a un passato lontanissimo quelle pietre che tendono le corde, la proiettano verso il futuro quelle ruote pronte a girare.

Il marchingegno segnava il presente su quattro quadranti in maiolica posti sui lati del campanile del duomo, perché, come dice don Franco Negroni nel suo studio su “Il duomo di Urbino”, è sul campanile che venne collocato insieme alle due campane che battevano le ore e i quarti, non possedendo Urbino una propria torre civica.

Questa macchina ci riporta al passato dei nostri antenati e racconta il tempo quando le ore cadevano più lentamente nei giorni, che viceversa oggi ruotano come impazzite in un tempo che ci preme, ci angoscia, ci rende stressati.

“Oggi non ho tempo”, ti risponde un amico al quale proponi una passeggiata. Una volta ci si incontrava in piazza e senza tanti preamboli ci si avviava camminando insieme verso i portici e il Pincio.

E allora è bello in questa era del digitale, fermarci un po’ di fronte a questa macchina, dimenticare il nostro presente, lasciarci andare nel passato, rivedere nella luce dei giorni, le ore trascorrere lente sui quadranti visibili da ogni lato della città e ascoltare nelle lunghe notti d’inverno, il suono della neve sui tocchi delle campane che segnavano il tempo.

Aprile 2005

 

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