Finestre sulla città e dintorni

Finestre sulla città e dintorni

Urbino, Edizioni Argalia Editore 2009, 152 p.


PREFAZIONE A CURA DI MARIO NARDUCCI, DIRETTORE DELLA RIVISTA AQUILANA “NOVANTA9”

Alberto Calavalle e il privilegio della memoria

Alberto Calavalle – come altri scrittori urbinati, a partire da Paolo Volponi fino a Umberto Piersanti – conduce la sua scrittura sul doppio versante della poesia e della narrativa. Nel primo caso “Infinito passato” i suoi versi sono di sapore eminentemente lirico, ispirati per lo più da accadimenti e luoghi della contemporaneità e sorretti da quelle venature di abbandono personale che sono la cifra prevalente della sua poetica. Nel secondo caso, quello della narrativa – che si sviluppa tra romanzo, racconto breve, cronaca e opinionistica – ci troviamo di fronte ad uno scrittore sostanzial-mente diverso da quelli che abbiamo compreso, anche senza nominarli, nella citazione iniziale, per uno stilema che poco concede alla fantasia e molto al rigore storico e semantico.
Per restare alla prosa, che poi è ciò che ci interessa in questa sede, il cammino di Calavalle è di piena fedeltà alla sua opera di esordio, “Il tempo dei cavalli”, che lo rivelò imponendolo all’attenzione di lettori e critici. Fedeltà che è allo stesso tempo memoria e futuro, per quei voli nel passato attraverso l’anima della sua città, e per quel rientrare in se stessi, come per un esame di coscienza che sottolinea errori e devastazioni di luoghi, tempi e persone, ma senza mai infierire, perché sia possibile il recupero di valori e dignità.
Perfino nel suo romanzo, “Sulla frontiera della Vertojbica”, opera che meno avrebbe potuto prestarsi al privilegio della memoria e alla tensione etica, il rigore storico sembra a volte farsi in disparte per lasciare spazio ad ampie volute d‟interiorità.
E c’è una ragione in questo procedere della multiforme scrittura di Calavalle: egli mai assume i protagonisti della sua narrativa come pretesto del dire, ma li pone al centro della sua attenzione fina-lizzando all’interesse di una più vasta umanità il suo dire.
Si tratta di una distinzione non da poco. Perché quella di Calavalle è essenzialmente una scrittura etica, là dove l’eticità non sta per moralismo ma per autentico recupero di valori sostanziali scom-parsi.
“In racconti urbinati” torna il filo della memoria, con un‟estensione e un abbandono che si configurano non soltanto nel ricordo di tempi per certi versi irrivivibili, ma anche in una scrittura solida che si pone sulla scia dei grandi narratori dell’Otto/Novecento italiano, senza, peraltro, apparire lontana nel tempo, tanto l’evocazione sollecita il ricordo dei più – ed anche il nostro – e il linguaggio dell’attualità è raffinato e robusto insieme nel proporre personaggi, mestieri, usanze e luoghi sui quali ancora oggi Urbino fonda il suo essere la “Città dell’anima” così cara a Carlo Bo. La fiera del Mercatale, i forni, il carbonaio, il dottore e i suoi rapporti con la gente del popolo, le osterie, la fornace – solo per fare qualche citazione – li abbiamo ben presenti anche noi che costruimmo il nostro futuro in questo scenario di umanità che in Calavalle, invece di produrre malinconia per la sua scomparsa, è invito costante a tenersi sul filo di una cultura significante, e perciò mai arida perché rifiuta il dato della nostalgia. E’ il ricordo, se vogliamo, che in Cesare Pavese sottolinea l’urgenza del luogo delle origini per rendere migliore il presente, sì che tutti possiamo ritrovarci nel Nuto della “Luna e i falò” che solleva la testa solo dopo aver ascoltato il racconto dei falò osservando come loro “sveglino la terra”.
Calavalle si muove sulla stessa direttrice, svegliando la terra, vale a dire svegliando le coscienze perché non si disperda un patrimonio raro del vivere insieme.
In “Finestre sulla città”, opera tratta da articoli sparsi, il nostro autore conferma questa linea e la consolida, indicando persino una strada impervia da seguire al giornalismo contemporaneo che sfiora eventi e persone, solo raramente entrando nel merito di un dire etico che invece è imperativo comportamentale.
Nella presente raccolta, accentua, se vogliamo, questa caratteristi-ca, sia che tratti della grande mostra su Raffaello, del Duca Fede-rico, di Carlo Bo e di Volponi, sia che presti attenzione a quelli che potremmo chiamare i “temi minori” della quotidianità quali le presentazioni di libri e le manifestazioni locali, sia ancora che allarghi lo sguardo ai problemi del mondo, ai viaggi, o lo ripieghi ai temi della spiritualità e della religione.
Se vogliamo dare un senso a queste cronache, potremmo coglierlo nella eguale dignità che l’Autore assegna ai giganti della storia e della letteratura come alla minorità dei giorni comuni. Perché tutto, nel profondo, ha un senso e nulla che attiene all’uomo è privo di dignità. Spogliare la grandezza e la minorità di questo senso, è il primo passo verso ogni oppressione.
Abbiamo solo accennato, sin qui, al valore della memoria in Calavalle. Ma la memoria non è indistinta. C’è la memoria passiva e amara di quanti lodano il passato per poi crogiolarsi nell’inerzia; e c’è una memoria attiva, quella che fa passare il tempo e gli uomini trascorsi attraverso il crivello del discernimento, per trarre motivi di rinnovamento positivo del presente.
La memoria in Calavalle ha questa seconda valenza, e ciò gli permette di essere annoverato tra i grandi cultori e amanti di una città unica come Urbino, che si svela teneramente e ampiamente solo quando si avvede di essere compresa.
Un cenno, infine, alla qualità della scrittura di Calavalle, una scrittura asciutta, ma non per questo arida, che privilegia la parola quale strumento univoco e significante, rifiutando i molti volti interpretativi e la banalizzazione narrativa.
Per questo la sua lettura è agevole, piana come lo scorrere di giorni tranquilli, con punte a volte improvvise di abbandono dell’anima, soprattutto quando la memoria rievoca quella Urbino che non c’è più, ma sopra la quale è stato possibile costruire questa Città che tutto il mondo ama e vorrebbe sua.



RECENSIONE

“…È una specie di “diario dell’anima” che ruota attorno ad una città, anzi attorno a quella che per Calavalle continua ad essere la Città, centro incrollabile del mondo che la circonda e praticamente di tutta la produzione letteraria di Calavalle. Per certi versi questa raccolta di scritti è confortante: mostra la possibilità di continuare a vivere di certezze più o meno grandi legate alla storia e ai personaggi del luogo natio mentre al di là dei “dintorni” le realtà minacciano di sfaldarsi e di corrompersi. La chiave di lettura delle pagine di Calavalle è semplice ed anche nobile, è l’amore per Urbino che si erge ancora al centro, con puntate anche in luoghi lontani del mondo visitati con gioia e piacere, con la certezza però di poter tornare ad immergersi nelle cose di sempre e nell’atmosfera consueta ed intatta di Urbino. La lettura e la consultazione delle circa 150 pagine sono ulteriormente facilitate dalla successione cronologica e dalla divisione degli scritti per temi ed argomenti. Una chiave più intima per immergersi nelle pagine di questo libro pare quella che Calavalle cita nel brano “Al Castellare in un giorno di pioggia”, cioè le parole che Jorge Guillén dedica a Carlo Bo “tan alto an la palabra / como en el silencio”. Carlo Bo proprio come Urbino: “tanto alto nel suo parlare così come nei suoi silenzi”.”

Galliano Crinella

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