Disavventure di un aspirante scrittore

C’era stato un periodo molto prolifico della sua vita. Scriveva con disinvoltura, come se qualcuno gli dettasse dentro e gli spingesse la mano sul foglio. Sono stati giorni felici, ma poi le cose sono cambiate. Tra impegni inattesi e grattacapi di vario genere si era deconcentrato e non riusciva a trovare un po’ di tempo per un raccoglimento produttivo di qualcosa.

Per non assistere a un malinconico tramonto della professione, si era imposto di dedicare alla scrittura almeno due ore al giorno, al mattino presto, quando la mente è più sgombra da problemi che si accumulano via via durante la giornata. Ma si era accorto che scrivere a un’ora fissa, come se si trattasse di un lavoro impiegatizio, non si può. L’ispirazione non veniva su comando. E allora? Non rimaneva che aspettare.

Una notte, tra un dormiveglia e un altro,  l’ispirazione arrivò improvvisa così bene e senza che l’avesse chiesta, con quella forza che lo spingeva a tradurre nel foglio quello che gli correva così bene nella fantasia. Ma la carta dov’era? E la penna?

Decise di rinviare la scrittura al mattino seguente. Ma al mattino, davanti al foglio bianco, la penna rimase sospesa in aria, perché nella mente non era rimasto nulla di quell’ispirazione improvvisa. Memore del “carpe diem” degli studi giovanili, si convinse che bisognava cogliere l’attimo. Così si dotò di carta e penna a portata di mano sul comodino.Quando, la notte successiva la musa ispiratrice tornò improvvisa, subito pensò di non lasciare che si perdesse nel vuoto quanto gli veniva dettato dentro. Ma bisognava accendere la luce e mentre il respiro leggero di sua moglie che gli dormiva accanto, si spegneva in un lamento e in una protesta: “Ma io domattina devo andare a lavorare!” non gli restava altro che comprendere le altrui esigenze e tornare al buio più fitto.

Ma era talmente forte  e chiaro il messaggio che gli ballava in testa, che la mano, come spinta da un comando involontario, prese a muoversi e la penna a tracciare sulla carta parole, parole, periodi, frasi in un intercalare, avanzare, scorrere frenetico. Presto una  pagina si riempie e il foglio gira sul retro con un fruscio leggero, che però non sfugge a sua moglie che scende ancora in una protesta, ma più remissiva: “Ma cosa fai?” Lui non risponde neppure, mentre la mano si ferma in un momento di deconcentrazione, per riprendere a muoversi sempre più veloce su altre parole, periodi, frasi. Presto tre fogli sono pieni di scrittura su entrambe le facciate ed egli riprende a dormire soddisfatto, perché domani potrà tradurre tutto nella memoria del suo computer.

Ma! Al mattino l’aspirante scrittore resta a bocca aperta davanti a interi fogli pieni di geroglifici, di righe sovrapposte, di frasi accavallate, di parole illeggibili. Mostra a sua moglie il risultato disastroso del suo notturno lavoro, come a dire che la colpa è sua se tanta fatica non ha prodotto nulla. Ma lei non è disposta a recitare il mea culpa. Anzi esce in un’esclamazione incoraggiante: “Ma è un bellissimo quadro astratto!” Poi dopo un momento di silenzio: “Per completarlo basterebbe qualche pennellata di sghimbescio e sarebbe un capolavoro”. E giù una mezza risata ironica. Lui resta muto come un pesce e la moglie capisce che deve farsi perdonare.

Il giorno dopo lei torna con un pacchetto: “Un regalo per te”. Lui scarta con evidente frenesia e curiosità e rigira tra le mani il piccolo oggetto che è comparso. “E’ una piccola lampada a batteria da applicare col morsetto al tuo bloc-notes” dice lei. Egli abbozza un sorriso, intuendo che la lampada, sebbene piccola sia sufficiente a illuminare la pagina, salvaguardando il sacrosanto diritto della consorte a continuare il suo riposo. Torna a guardare la moglie con un sorriso riconoscente, pronto a sperimentare l’originale invenzione la notte successiva, agganciando subito la lampada al notes in modo tale che sia pronta all’uso. Ma quella notte non si prepara nessuna veglia, perché il sonno continua profondo fino al mattino e così le notti successive, mentre la lampada, la penna e il notes restano lì sul comodino inutilmente a portata di mano. Che la stagione primaverile gli concili proprio il sonno? Non gli resta che aspettare.

E una notte, dopo un dormiveglia di un tempo indeterminato, giunge un’idea fantastica, che egli decide di tradurre subito sulla carta a portata di mano. Ma la mano tasta a vuoto sul comodino dove aveva posato il notes. E neppure la penna e neanche la piccola lampada si riesce a trovare. Egli si allunga allora in uno scricchiolio infinito del letto, cercando di arrivare un po’ più lontano. Ma la mano urta il bicchiere dell’acqua che cade allagando mezzo pavimento, mentre il bicchiere stesso si perde in mille pezzi e in un botto che nel silenzio della  notte diventa un boato che rimbalza di parete in parete, di stanza in stanza, da un piano all’altro, facendo sobbalzare la moglie e chissà quanti altri: “Cos’hai combinato? ”. Quando le spiega, lei esce in un commento compassionevole: “Ma non trovi mai pace?”. Lui approfitta del momento per chiedere: “Ma il notes dov’è?”. “L’ho messo nel cassetto. In un mese non hai scritto nulla!” Lui apre il cassetto, ma la moglie gli suggerisce: “Dovresti raccogliere i cocci, se domattina non vuoi tagliarti un piede”. Poi un velato rimprovero: “Avrai svegliato mezzo condominio”. Lui si sente in colpa e per farsi perdonare da lei, non solo raccoglie i cocci, ma prende il moccio e il secchio e con diligenza asciuga pure il pavimento. Quindi si corica soddisfatto per aver fatto il suo dovere. Sul suo petto ha posato il notes con la piccola lampada accesa. La mano e la penna sono pronte. Ma compare improvvisa una piacevole distrazione. L’effetto della mano sospesa sul notes è sorprendentemente fantastico! L’ombra della mano si proietta sul soffitto della camera, come l’ala di un gabbiano si ferma nell’azzurro del cielo. E’ tutto troppo bello per pensare ad altro. Un quadro di vera poesia. Ora occorre tradurre sulla carta queste sensazioni ed emozioni. Purtroppo nei meandri del cervello dell’aspirante si determina una confusione tra l’ispirazione del gabbiano e la precedente. Insieme si intrecciano, si confondono, si sovrappongono. Il risultato è qualcosa di comico: gabbiani che volano nell’azzurro del soffitto nero di una sala cinematografica dove si sta proiettando il film: “Uomini e topi”. L’aspirante scrittore resta sconcertato. Non riesce a scrivere più nulla. La mano resta sospesa, mentre gli occhi piano piano si chiudono. Resta solo la piccola lampada accesa a vegliare su di lui. L’appuntamento con la scrittura sarà per la prossima notte. Ma la notte successiva quando le emozioni arrivano e le parole anche, la piccola lampada non si accende. Le pile si erano esaurite.

Il giorno dopo, la notizia delle disavventure notturne dell’aspirante diventano di dominio pubblico, perché la moglie, interpellata dai condomini su quel rumore a notte fonda, deve pur spiegare l’accaduto a tutti quanti. Quando lui esce in giardino, i commenti, le pacche di incoraggiamento e le risate si sprecano. Una coinquilina che puntualmente legge i suoi scritti, con un sorriso colmo di premurosa ironia, lo consiglia di dotarsi di una più efficiente lampada da minatore, da fissare alla fronte prima di addormentarsi. Tutti ridono da sganasciarsi. Lui resta muto. La figlia della coinquilina che condivide con la madre l’interesse per i suoi scritti, temendo che egli possa essersi offeso e che lei debba privarsi in futuro di piacevoli letture, promette di regalargli la lampada dei piccoli esploratori che usava quando frequentava gli Scout. E lo guarda con tenera comprensione. Si emoziona anche lui. Intanto piovono altre risate, ma più contenute e più comprensive, come di approvazione, mentre si coglie negli occhi di tutti un segno di velato incoraggiamento. Ad maiora! lo esortano infine tutti insieme in un coro allegro e festoso.

Dal libro “Disavventure di un aspirante scrittore”, Argalia Editore Urbino.

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